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in quel programma erano tutti schierati a loro favore, sull’onda
emotiva che i media nostrani avevano orchestrato in modo da non fare
trasparire la vera realtà delle cose. Tutti a favore, il conduttore
nazional-popolare che, affiancando il ricciolo ed abbronzato intervistatore
dal nome simile ad un rasoio da barba, inveiva contro l’ambasciatore
del paese di origine della bambina che, lasciato solo nel contraddittorio,
mostrava un’algida sicurezza di se e dei suoi argomenti al limite
dell’indisponenza e che faceva, più o meno inconsapevolmente,
il gioco della controparte su cui attirare le ire del pubblico.
D’altronde e’ sempre facile puntare il dito contro gli altri,
a maggior ragione se decenni di contrapposizione storica hanno inculcato
in noi “buoni” occidentali la visione che i “cattivi”
sono ad est, soprattutto poiché abituati a vedere l’ex
unione sovietica come un luogo popolato di spie e di guerrafondai pronti
ad invadere la nostra tranquillità con i loro carri armati e
missili a lunga gittata.
Le cose però, non stanno più così. Perlomeno per
chi ha potuto visitare e frequentare quei luoghi che oggi, vista la
ritrovata serenità tra i popoli, così distanti non sono.
Geograficamente e culturalmente.
Telefonai immediatamente ad Andrea Lionetti, con il quale stavamo lavorando
da quattro mesi alla ricerca di un’idea da trasformare in un film
proprio in quei territori, dicendogli che avevo avuto un’illuminazione.
Presi l’auto e mi precipitai a casa sua per raccontargli il soggetto,
che durante il percorso sempre meglio si concretizzava nella mia mente.
Con Andrea già stavamo sviluppando la scrittura una commedia
sentimentale che avesse come sfondo un paese ex sovietico, ma quello
che avevo visto e sentito in tv mi aveva aperto un nuovo orizzonte che
volevo approfondire.
Con la chiarezza quasi “religiosa” derivata da un visione
mistica, gli raccontai cosa stavo pensando.
E così incominciammo a ragionare su come tradurre quello spunto
in un film che raccontasse la storia di un personaggio attraverso il
quale far passare al pubblico delle informazioni raccolte realmente
sul campo ma in modo assolutamente filmico.
Certamente non un reportage, non un documentario ma che attraverso una
visione possibilmente neutrale, non schierata, si contrapponesse a quello
che ci era stato fatto vedere e credere dalla televisione e dai giornali.
Come si sta sviluppando il progetto sia
in Italia che in Ucraina
Prima di tutto e’ necessaria una chiarificazione alla domanda:
ma se l’incipit della storia nasce dal fatto a tutti noto della
bimba bielorussa, l’Ucraina cosa centra?
Come detto prima, con Andrea (Lionetti) stavamo già lavorando
ad una storia che si sviluppava in questa che e’ una nazione in
forte evoluzione visto il programma del governo di entrare in Europa
nei prossimi anni. Infatti solo due ore e mezza di volo aereo ci separano
da Kiev, la culla della nazione Russa nell’anno 800 e che ora
e’ la capitale di una nazione “giovane” vista l’indipendenza
ottenuta nel 1992 dall’unione sovietica.
Attualmente, per i cittadini della UE, e’ possibile entrare in
Ucraina senza visto mentre non si può in Bielorussia e Russia,
dove il visto e’ ancora necessario.
Così sia da un punto di vista logistico e produttivo, sia perchè
e’ palese l’atteggiamento di invogliare iniziative private
di cittadini stranieri da parte dell’amministrazione locale, la
scelta e’ stata naturale.
E poi perchè dal punto di vista architettonico e strutturale
e’ inutile dire che la somiglianza tra i paesi e assolutamente
la stessa. Anni addietro sono stato in Russia a Mosca e poi in Siberia,
Omsk, per filmare dei documentari e lo stampo sovietico fa si che i
luoghi siano molto spesso identici.
Durante la fase di ricerca e studio, siamo andati in Ucraina parecchie
volte e li abbiamo incontrato molte persone e visitato molte strutture
pubbliche.
Con grande nostra sorpresa, la disponibilità mostrata nei nostri
confronti e’ sempre stata totale.
Mai una volta che ci abbiano negato la visita in un orfanotrofio o in
luoghi dell’amministrazione statale.
Sovente ci siamo presentati senza preavviso alcuno e dopo una breve
presentazione operata da Marina, la traduttrice che ci segue nelle visite
e nei viaggi, le porte ci sono sempre state aperte senza problemi.
Solo per fare un esempio: durante gli ultimi sopralluoghi fatti con
lo scenografo, il direttore di produzione e con il direttore della fotografia,
il grande Luciano Tovoli, ci siamo presentati all’improvviso in
una scuola in cui volevamo trovare un lungo corridoio per girare una
scena.
Il tempo dei convenevoli e poi la direttrice comincia a farci fare il
giro di tutta la struttura (enorme) decantando con orgoglio tutte quelle
che sono le loro attività, mostrandoci le aule, la mensa, le
cucine, la piscina. Insomma, dopo tanto girovagare non vedevamo l’ora
di uscire, soffocati da tanta disponibilità.
Io ero già consapevole dalle precedenti visite, ma anche Tovoli
ha espresso una naturale constatazione dicendomi: “…quando
mai in Italia ci avrebbero concesso tanta apertura senza dover inoltrare
domande, richieste di autorizzazione e carte bollate varie.”
Com’è
nata la collaborazione con Tovoli?
Il suo agente
italiano Michele Palatella, che e’ lo stesso del protagonista
del film Gilberto Idonea, mi comunicò che il maestro Tovoli,
dopo aver letto la sceneggiatura, mi voleva incontrare per saperne di
più del progetto.
Dopo un primo incontro conoscitivo in Roma in cui gli esposi le tesi
delle mie scelte di scrittura, al secondo mi disse: “questa sceneggiatura
mi ha emozionato come da tempo non mi accadeva… Mi piacerebbe
partecipare alla realizzazione del film.” E così adesso
mi trovo a condividere le scelte ed inquadrature con chi ha fatto la
storia del cinema italiano ed internazionale.
Durante le giornate e le cene in cui parliamo della realizzazione del
film, rimango incantato nell’ascoltare i racconti delle situazioni
in cui Mastroianni, piuttosto che Troisi, Meryl Streep o Jeremy Irons
hanno avuto a che fare con lui.
Gli raccontavo di come immaginavo la ripresa di una scena con la stedycam
nella stazione centrale di Kiev, che avevamo visitato in giornata, e
mi rispondeva: ”ok, perfetto… già la vedo…
quando la giriamo?”
Siccome perseguo l'idea di girare in alta definizione digitale, quale
mezzo innovativo della cinematografia e personale metodo di differenziazione
nel campo della ripresa filmica in Italia, Luciano, autorità
assoluta in campo di ripresa su pellicola, mi dice che per lui questa
e’ la naturale continuazione di un progetto innovativo che già
nel 1979 iniziò con il maestro Michelangelo Antonioni, il primo
che fece un film utilizzando e sperimentando l’immagine elettronica
(allora agli albori) e che oggi e’ comunque il mezzo di ripresa
che altri grandi registi come Michael Mann, Robert Rodriguez e George
Lucas hanno usato. Parole sue: non e’ il mezzo di ripresa che
conta, e’ la storia che viene raccontata che fa la differenza.E
se queste affermazioni e nomi non mettono i brividi…..
Ma il mio massimo debito di riconoscenza va a Gilberto Idonea (Don Vittorio),
grande attore catanese, che sarà il protagonista del film e che
si e’ adoperato mettendo in moto le sue conoscenze di anni di
lavoro per rendere possibile il progetto.
Ha creduto in me fin dal momento che ci siamo incontrati e da quel momento
abbiamo intrecciato una sana amicizia che spesso sconfina in un rapporto
padre-figlio. Il personaggio principale del film e’ stato scritto
pensando proprio a Gilberto.
La
beneficenza
“Vi
racconto il mio dramma!”.
Il mondo ci ha insegnato che chi urla di più, chi scalpita di
più, chi inveisce di più, attira prima e meglio l’attenzione
degli altri, abbiamo purtroppo relegato nel dimenticatoio coloro che
vivono in silenzio i veri drammi dell’umanità.
Il giorno in cui mi sono trovato nell’ospedale oncologico pediatrico
di Kiev, ho visto la vera disperazione legata all’assoluta impotenza
di coloro che sanno di combattere una battaglia persa. Madri che, nel
tentativo di prolungare la vita dei loro figli, si trasformano in medici,
suore, infermiere, là dove questi sostegni dovrebbero essere
garantiti ma che sono invece completamente assenti. Eppure quello e’
l’ospedale meglio attrezzato della nazione. Figuriamoci gli altri.
Genitori che hanno perso tutto per poter comprare qualche flacone di
chemioterapia venduta a peso d’oro e che hanno trasferito la loro
casa in due scatole di cartone tenute sotto il letto del figliolo con
il quale, a turno, dormono diventando essi stessi fonte di infezione,
a volte letale, per le creature ormai senza protezione immunitaria.
Il giorno in cui con Andrea Lionetti visitai l’ospedale, Elena,
la presidente dell’associazione “Nabat” di Kiev che
opera in favore di quella struttura, ci raccontò che pochi giorni
prima, su un giornale, era apparsa la foto del bambino che ora avevamo
di fronte a noi con la richiesta di una donazione tramite conto corrente
affinché si potesse sostenere la sua cura. Non un kopeko (centesimo)
arrivò per lui e la sorte avversa gli aveva giocato un altro
tiro mancino: il numero di conto corrente era anche stato stampato in
modo errato. “Ma allora, i soldi erano arrivati comunque, solo
nel conto sbagliato… speravamo tutti”, ci dice Elena. Anche
in quel caso, non un centesimo.
E mentre il bambino cercava di attirare la nostra attenzione tirandoci
una pallina colorata con il suo braccino collegato alla flebo da un
tubicino che pure quello deve essere comprato all’esterno dell’ospedale,
Elena ci presentava Yuliya, una ragazzina con due splendidi occhi azzurri
e con un foulard colorato in testa nel tentativo di ridare grazia e
gentilezza ad un giovane viso senza capelli, che dopo tre giorni sarebbe
stata operata ma che ancora non si sapeva se sarebbe sopravvissuta vista
la mancanza di sangue compatibile per la trasfusione. Solo un miracolo
l’avrebbe salvata.
Due settimane dopo abbiamo saputo che purtroppo per lei, Dio aveva l’agenda
già troppo impegnata. Aveva solo dodici anni.
Questi sono solo due dei motivi che mi hanno spinto, in qualità
di co-produttore del film, a pensare che se l’argomento della
pellicola e’ quello di sensibilizzare le persone verso questi
di problemi, devo essere io il primo a fare qualcosa che vada oltre
il semplice fatto di evidenziarlo
attraverso la macchina da presa. Così ho contattato anche con
l’associazione italiana “Soleterre” Onlus ed ho inviato
loro la sceneggiatura per iniziare a condividere un percorso verso un
obiettivo comune.
Damiano Rizzi e Floriana De Pasquale (Soleterre) si sono subito dichiarati
disponibili e assolutamente coinvolti dall’argomento visto che
in prima persona si adoperano per l’ospedale oncologico pediatrico
di Kiev.La mia proposta e’ stata quella di devolvere parte degli
incassi del film per il miglioramento della struttura ospedaliera come
ad esempio, la costruzione di una
camera sterile nella quale i bambini possano essere sottoposti alla
chemioterapia senza pericolo di infezione.
A parte questo progetto, l’accordo prevede la collaborazione attraverso
i reciproci uffici stampa per iniziative che promuovano la causa comune
affinché i mezzi di comunicazione ne divulghino la notizia sostenendo
la donazione.
Qual'è
il messaggio del film
Non vorrei
apparire troppo presuntuoso o retorico affermando che il film sia portatore
di un messaggio. Spero solo che si percepisca che, indipendentemente
dalla zona del modo a cui facciamo riferimento, l’infanzia deve
essere rispettata. Troppo spesso sentiamo di bambini vittime di violenze
efferate ed inconcepibili e sempre più queste notizie sono all’ordine
del giorno. Aiutare l’infanzia e’ un dovere di ogni persona
adulta. Rinunciare ad una piccolissima parte di noi, che sia tempo o
denaro, a favore dei bambini che soffrono e’ un dovere che dovremmo
percepire come naturale.
“In nome di Maria” contiene nel titolo una doppia valenza:
il riferimento religioso al fatto che un prete cattolico sia il protagonista
della vicenda ma soprattutto che tutto ciò che accade nel film
sia originato dalla volontà di operare in favore della bambina,
quale metafora e trasposizione di tutti i bambini che vivono condizioni
di forte disagio.
Il film tende a prendere per mano lo spettatore e, attraverso il protagonista
che compie un viaggio in un paese sconosciuto e per molti versi ostico,
guidarlo verso la comprensione di un fenomeno sociale sconosciuto e
sottovalutato: i soggiorni terapeutici dei bambini delle zone ancora
contaminate dalla radioattività post-Chernobyl. Troppo spesso
si presume di essere immuni dalle disgrazie finché non toccano
le nostre vite.
In ogni caso, il tentativo e’ quello di far comprendere che non
esiste mai una netta distinzione fra bene e male, tra giusto e sbagliato…
anche quando si pensa di essere dalla parte della ragione. Come coloro
che hanno sostenuto il rapimento della piccola bielorussa.
E’ pur vero che coloro i quali inoltrano domande di adozione sono
sottoposti ad estenuanti attese ed interminabili esami, ma non possiamo
far passare il messaggio che il sequestro di minore sia la risposta
al dilungarsi delle procedure burocratiche.
Ci sono delle leggi che, purtroppo a volte, devono essere rispettate.
Il gesto di pochi può compromettere tutto un delicato meccanismo,
così come in effetti e’ accaduto.
Quando ci sono i bambini di mezzo l’egoismo pur comprensibile
degli adulti (come quello di voler essere genitori a tutti i costi)
deve essere messo da parte in favore di un bene più grande.
I bambini che ogni anno vengono in Italia da Ucraina, Bielorussia e
Russia, non arrivano per essere adottati ma per soggiornare in un territorio
che permetta loro di recuperare la salute. In pratica disintossicarsi
da quelli che sono gli effetti ancora devastanti delle radiazioni post-Chernobyl.
Molti di loro hanno famiglie vere e sane che li aspettano al ritorno
mentre altri purtroppo hanno solo l’orfanotrofio. Certo, una situazione
difficile, ma che va risolta con l’interesse e l’apporto
della comunità di origine e quella ospitante, senza che nessuno
faccia la voce grossa pensando di diritto di essere dalla parte della
ragione.
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